Risparmi e riforma pensioni qualcosa non torna

Quale risparmio garantirà, nei prossimi anni, la riforma previdenziale targata Elsa Fornero? In una stagione come quella che stiamo attraversando, caratterizzata da sofferenza sociale e da una drammatica scarsezza di risorse, la questione assume un valore strategico ed esige una risposta chiara e lineare da parte del governo. Risposta che però non è ancora arrivata. C’è infatti una contraddizione molto forte nelle cifre fornite fino a questo momento.

Partiamo dai dati ufficiali. L’esecutivo afferma che, “a regime”, la riforma determinerà risparmi pari a 20 miliardi l’anno. Il problema è che tale equilibrio, secondo il ministero, è destinato a verificarsi non prima del 2020. Nell’immediato, invece, il risparmio sarebbe assai limitato: 280 milioni nel 2012 e 315 nel 2013. Somme non esorbitanti, che lascerebbero ben poco spazio ad azioni coesive e redistributive.

Queste stime, però, non convincono, perché mal si conciliano con un altro dato ufficiale: quello relativo alla spesa necessaria per la salvaguardia dei 110 mila “esodati” coperti finora dal governo. Secondo le tabelle governative la doverosa tutela di queste persone impegnerà le finanze pubbliche per circa 10 miliardi.

Si configura così una palese contraddizione tra gli annunci sui risparmi negli anni a venire e le dichiarazioni sulla dote necessaria a ristabilire, almeno parzialmente, l’equilibrio precedente. Delle due l’una: o si è sovrastimato il costo dell’operazione sugli esodati, oppure si è sottostimata l’entità dei risparmi della riforma nel breve termine. Tertium non datur.

La discrepanza di questi numeri rende quantomeno legittimo il sospetto che i risparmi nell’anno in corso e in quelli a venire siano in realtà molto consistenti. Un sospetto rafforzato da uno studio specifico del dipartimento economico della Cisl, secondo cui nel 2012 rimarrebbero in cassa già 2,8 miliardi e nel 2013 altri 6, per complessivi 8,8 nel biennio. Risparmio che andrebbe crescendo esponenzialmente nel tempo, determinando in dieci anni un “tesoretto” di circa 140 miliardi.

Per superare questo nodo e far luce sulla reale entità dei risparmi riferibili alla nuova previdenza, il Partito democratico propone l’istituzione di una specifica commissione di indagine. Un organismo che stabilisca con chiarezza numeri e date, aprendo il parlamento ai contributi delle istituzioni e del corpo sociale, e restituendo in breve tempo un risultato univoco e affidabile. Non è certo un ruolo di supplenza al governo quello che un simile strumento sarebbe chiamato a svolgere. Al contrario, il lavoro della commissione si integrerebbe con quello dell’esecutivo nella ricerca di risorse che devono essere impiegate a sostegno delle fasce e delle categorie più deboli. A cominciare degli esodati.

Il governo ha varato una riforma del sistema previdenziale rigorosa e coerente. Tutti lo riconoscono. Ma il carico di sacrifici che il nuovo corso porta con sé ha però un senso solo se produce risorse indirizzate anche su strumenti redistributivi, capaci di creare occupazione, crescita e integrazione sociale. Questo è lo spirito che ha animato l’operazione. Questa la promessa del governo. Verificare le risorse disponibili vuol dire realizzare il primo passo in questa direzione.

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