L’addio alla scala mobile e la stagione dei bulloni

di Salvo Guglielmino

Sono passati vent’anni dalla fine della “scala mobile”. Il meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione fu, di fatto, abolito il 31 luglio del 1992 nello storico protocollo siglato a Palazzo Chigi
tra il governo Amato, i tre maggiori sindacati e la confindustria. La “contingenza”(così era volgarmente chiamata la scala mobile) veniva calcolata seguendo l’andamento variabile dei prezzi di particolari beni di consumo, generalmente di larga diffusione. Ogni tre mesi, una commissione aveva il compito di determinare le variazioni del costo della vita, a cui i salari venivano adeguati. Ma, già dalla fine degli anni settanta, quel meccanismo automatico aveva contribuito, secondo tutti gli economisti (in primis il premio nobel Modigliani), alla continua crescita dell’inflazione. La prima svolta si ebbe il 14 febbraio 1984. Con un decreto, il Governo Craxi tagliò di 4 punti percentuali la scala mobile, per combattere il galoppante aumento dei prezzi che viaggiava su percentuali a due cifre. Il provvedimento era frutto dell’accordo di San Valentino, siglato dal Governo con la Cisl e la Uil, ma senza la Cgil di Lama. Una spaccatura profonda, sociale e politica. L’anno dopo, in un clima infuocato, si svolse il referendum abrogativo che sancì la sconfitta del Pci di Berlinguer e della Cgil. Una scelta riformista che in piena campagna referendaria costerà la vita a Ezio Tarantelli, ucciso dalle brigate rosse, proprio davanti alla facoltà di Economia. Il taglio della contingenza rimase. Ma il tema della riforma dei salari, tornò prepotentemente attuale, cinque anni dopo, nel giugno del 1990, quando la Confindustria disdettò in maniera unilaterale la scala mobile. I sindacati, a quel punto, proclamarono uno sciopero generale che indusse l’ultimo governo Andreotti a prorogare a tutto il 1991, attraverso una “leggina”, la scala mobile. Le parti sociali si impegnarono a iniziare il 1 giugno del 1992 il negoziato per la “ristrutturazione del salario e del sistema contrattuale”. “Quando si parla di nascita della concertazione, bisogna partire da questo pre-accordo che siglammo il 10 dicembre del 1991″, racconta Sergio D’Antoni, oggi deputato del PD e all’epoca giovanissimo (a 44 anni) segretario generale della Cisl. “Fu quello il vero concepimento della politica di concertazione”. Un vento nuovo soffiava nel paese. Sotto i colpi dei referendum e di tangentopoli si disfaceva la prima repubblica. Il pomeriggio del 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone , la moglie e gli agenti della sua scorta, venivano uccisi con una strage terribile sulla autostrada Palermo- Punta Raisi. Un mese dopo anche Paolo Borsellino e la sua scorta furono massacrati in un attentato. Un colpo durissimo per il paese. Il sindacato reagì con una grande manifestazione unitaria a
Palermo, la più imponente nella storia del Mezzogiorno. Anche i partiti (o almeno quel che ne era rimasto ) fecero quadrato intorno alle istituzioni, eleggendo a larga maggioranza, Oscar Luigi Scalfaro come Presidente della Repubblica, il quale affidò l’incarico di formare il governo a Giuliano Amato. Era l’inizio dei governi “tecnici”, sostenuti anche dai sindacati e dalla confindustria, che
porteranno l’Italia in Europa. L’esordio di Amato fu alquanto risoluto. In una intervista che suscitò non poche polemiche, ribadì l’idea che “per i prossimi tre-quattro anni le richieste contrattuali
non dovevano superare i tetti programmati per ridurre l’inflazione e contribuire a risanare la finanza pubblica”. Ogni punto di contingenza corrispondeva a circa mille miliardi in più che lo stato pagava come interessi sul debito pubblico. D’Antoni spingeva fortemente per la scelta “virtuosa” della politica dei redditi per tutelare i salari. Ma la Cgil di Trentin reagì malissimo, definendo quella proposta “non praticabile”. Nella notte tra il 29 e il 30 luglio , Amato mise a punto un testo i cui fondamenti centrali erano la definitiva abolizione della scala mobile, il blocco della contrattazione
articolata per tutto il 1993, un controllo attento dei prezzi e delle tariffe. C’era il rischio di una nuova San Valentino, con un accordo separato. Ma il segretario della Cgil, Bruno Trentin, pur non
condividendo l’accordo, aveva compreso l’eccezionalità della situazione e poi non se la sentiva di respingere quella intesa . E così Trentin firmò, insieme a D’Antoni e Larizza, nel pomeriggio del
31 luglio, l’accordo. Subito dopo, il capo della Cgil non partecipò nemmeno alla conferenza stampa. Aveva già scritto una lettera ai componenti della sua segreteria, annunciando le sue dimissioni. In
nottata il direttivo della Cgil votò a maggioranza contro l’intesa.
Tutta la sinistra insorse. Solo Del Turco difese l’accordo. Il Segretario dei DS, Occhetto dichiarò sibillino che “Amato aveva costretto Trentin a firmare con la minaccia delle dimissioni da capo
del Governo”, chiedendo che prima di firmare i sindacati avrebbero
dovuto sentire i lavoratori. D’Antoni invece non ha mai avuto dubbi. “L’accordo era un passo obbligato, perché in una fase in cui le divisioni nel paese tenevano banco, quel testo rappresentava un
segnale di unità della classe dirigente, di fiducia”. Tre giorni dopo il governatore della Banca d’Italia, Ciampi abbassò di mezzo punto il tasso ufficiale di sconto , “firmando” idealmente l’intesa”. Solo a settembre, al direttivo della Cgil di Ariccia, Trentin ritirerà le dimissioni. Ma la contestazione da parte dei movimenti antagonisti fu davvero violenta. Quando il governo Amato varò la famosa manovra da 93 mila miliardi, dopo la svalutazione del 7 per cento della lira, con l’uscita successiva dallo Sme, i sindacati decisero di proclamare una serie di scioperi regionali e manifestazioni in tutta Italia per chiedere una modifica della manovra. Il 13 ottobre del 1992 passerà alla storia come la giornata dei “bulloni”. Sergio D’Antoni, che aveva rifiutato gli schermi plexiglass protettivi della polizia, fu colpito sul labbro da un bullone di ferro. Ma il sindacalista siciliano continuò il comizio, con il sangue che gli scorreva sul mento. A distanza di vent’anni, l’ex leader della Cisl racconta: “Se avessimo ceduto alle richieste dell’estremismo, dei cosiddetti “autoconvocati”, la storia del sindacato e del paese, probabilmente , sarebbero cambiate. Non avremmo potuto forse siglare gli accordi successivi con il Governo Ciampi sulla politica dei redditi e sul nuovo sistema contrattuale. Non avremmo avviato il risanamento dei conti pubblici e non saremmo entrati nella moneta unica europea. La concertazione ha salvato il nostro paese”. I vecchi, freddi, bulloni, il simbolo delle lotte di fabbrica, di un vecchio modo di intendere le relazioni sindacali, non riuscirono a fermare quel processo storico che il sindacato in quegli anni tempestosi aveva responsabilmente deciso di portare avanti.

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